DE LO SISTEMA DI DIFESA

Se conosci il nemico sai anche come affrontarlo


Il mio sistema di difesa si è sviluppato più alle elementari che nelle vicissitudini del quartiere dove sono nato. Già mi sono in parte raccontato con il precedente articolo "De la violenza subìta". Quando andavo a scuola il diaframma si chiudeva, e quando uscivo il diaframma si apriva. Questo meccanismo diaframmatico mi ha sviluppato delle costole fluttuanti molto aperte dando al mio torace un'aria da guerriero, ma se è per questo è anche vero, perché lo sono per scelta e per temperamento (leggerai per questo, se tu vuoi e più avanti: le quattro vie). Il mio quartiere era per i figli della guerra, per i meno fortunati, anche se sparsi qua e là di quartieri in città ce n'erano una decina; ma il mio faceva nome, tanto che veniva chiamato "LA CROASSIA" (CROAZIA); il che significava essere segnati a dito, così pure quelli del quartiere 'CINESE' di Via Palestro, (oggi in rifacimento); il quartiere 'CONCIAPELLI' (oggi P.ta Conciapelli, sede della Banca di Roma e del grattacielo) e per ultimo il 'PORTELLO' (dove oggi al venerdì tengo lezioni di gruppo), oggi rivalutato in parte perché area universitaria (Facoltà di Psicologia); ma anche purtroppo luogo di spaccio di coca e marjuiana. Per dovere di cronaca mi vien da citare anche i popolosi quartieri di Via Citolo da Perugia (oggi rimesso a nuovo) e di Via Raggio di Sole (oggi inesistente, al suo posto vi si trovano condomini signorili), forse un po' meno pepati e per conseguenza meno gettonati. Nacqui così in quel quartiere (chiamato la 'Croassia' ma corrispondente a Porta Trento, via Bezzecca e per quel che mi riguarda al numero civico 55), il 9 febbraio del 1945 e vi rimasi fino all'età di 17 anni. Quando qualcuno ti chiedeva dove abitavi, era un tormento perché inevitabilmente venivi guardato a vista. Famiglie povere e numerose, provenienti da ogni parte, noi eravamo in cinque, i miei genitori e altri due fratelli più grandi di me di tre anni in tre anni e così in casa giravano con me (i putei), i più piccoli; con il mezzano Luigino (i ragassi) i ragazzi; con il più grande Antonio (i giovinetti) i giovanotti. Quando volavano i cazzotti erano cavoli acidi. Una notte mi svegliai di soprassalto dalle urla che venivano dalla strada, scesi di corsa le scale e andai in strada; era Luciano, il figlio della signora Maria 'Sorda' e Dino, figlio della signora Invernizzi (perché il figlio Dino era rappresentante della Invernizzi); più che per nome ci si conosceva per il soprannome; (io e i miei fratelli venivamo chiamati i figli della signora Romana, per la questione che ho raccontato altrove). Si stavano pestando a morte; calci, sputi, pugni, denti che volavano, sangue dappertutto. Nessuno poteva intervenire perché erano i grandi (25 anni) ed era in gioco l'onore, perché ognuno doveva dimostrare chi era il più forte; l'intervento avrebbe portato la macchia del debole e così a cinque anni vidi cosa voleva dire staccare completamente un orecchio con i denti. Il quartiere era fatto a U, così quelli che abitavano all'estremo venivano chiamati 'quelli in fondo'; al pian terreno c'era il focolare, al piano superiore la stanza da letto (in quanto unica stanza, dormivamo in cinque); nel cortile c'era il bagno, storicamente chiamato 'IL CESSO', uno ogni due famiglie; non c'era un condotto fognario e così tutto andava nella canaletta dietro le mura. Quando la rabbia superava il limite, scoppiavano baruffe teatrali o meglio baruffe chioggiotte; quelli che abitavano a dx se la prendevano con quelli che abitavano a sx; quelli in fondo con quelli dell'altro versante; le anziane sventolavano il canovaccio come fosse una frusta, ma davano dentro anche con la scopa, le spose con i matterelli; gli uomini tiravano porchi (bestemmie). Ma alla fine c'era una profonda e vera solidarietà, bastava bussare la porta e venivi sfamato, anche se non c'era nulla, qualcosa c'era sempre. E così una volta andavi o venivi per il sale; una volta per l'olio, altre volte per un uovo o per un po' di latte. Casa mia poi, era la fonte delle cose più disparate e così bussavano per un cachet (un modo allora di prendere l'aspirina, l'acido acetilsalicilico era in polvere e veniva messa in pizzico dentro una cialda); le nazionali (sigarette di un tempo) che potevano essere semplici o Super e altre cose ancora come la disponibilità dello scrivere di mia madre, perché sapeva farlo nel superare la burocrazia per le esigenze di quel tempo. La 'Vergogna' di essere nato in quel quartiere mi era sorta con l'andare a scuola (mi dispiace dirlo, ma penso che la signora maestra fosse un po' classista); il ceto basso non lo gradiva e lo dimostrava pure, ed io e altri due compagni di classe rappresentavamo qualcosa di oscuro per la sua ombra, dando luogo così a reazioni di disgusto e di rifiuto. Non le ho mai per questo voluto male, pur rimanendo chiuso in me stesso; c'era già probabilmente nel profondo del mio inconscio il seme dell'analista: "La Signora Maestra ha problemi". Credo ne fosse conscia di questo suo atteggiamento che comunque rimaneva schiava dei pregiudizi e di qualche meccanismo che era più grande di lei. Incominciò così il rito del rientro a casa; a volte per non far vedere dove abitavo, mi nascondevo e poi di corsa rientravo, anche se poi era una operazione fatta con estrema ingenuità, perché la classe lo sapeva e a ricordarmelo era pure il quotidiano. Quando venivo interrogato non aprivo bocca: "Tu non studi mai, adesso ti porto nella classe B e ti faccio svergognare". E così fu. Di fronte però alla Maestra di quella classe, che mi faceva un sorriso dolce materno e accogliente (ero in terza elementare), l'argomento verteva su Napoleone, parlai per più di un quarto d'ora, aggiungendo sicuramente anche di mio perché nella realtà non mi mancava né la parola, né la fantasia. Come la lava esce dalla bocca del vulcano quando la natura vuole, in quel momento la rabbia ribollì in tutto il suo tormento e parlare era come dire al mondo che io potevo, ch'io esistevo, ch'io ero vivo; a far il muso duro non era nella mia natura, ma per la palla che portavo gratuitamente al piede; ecco perché ricordo che non riuscivo a fermare il tremore della gamba sx, (esotericamente significa il peso della vita). Fu (si fa per dire) perché il mio sistema di difesa si aprì di colpo, quando dissi la frase di Napoleone: "Quando la Cina si sveglierà il mondo comincerà a tremare". Lo feci con tanta forza che rattrappii la classe e così pure la mia Maestra, che mi guardò quasi intimidita come a voler dire: "Ma chi è mai questo!". La cosa però non mi piacque molto o meglio non in quel modo, non era quello che volevo; così nel rientrare nella mia classe, lei non disse nulla ed io tornai a richiudermi. Oggi in parte questo sistema di difesa vige ancora 'a modo suo' da qualche area del mio inconscio. Una quindicina d'anni fa in Umbria a Monteluce in un seminario tenuto dall'Avv. Cesare de Bartolomei, divise le donne sulla sua dx e gli uomini sulla sua sx; lesse un bajan "Om nama Shivaja" (canto spirituale indiano) e i quattro uomini presenti (Luigi-Donato-Vincenzo e naturalmente il sottoscritto) dovevamo ripeterlo canticchiandolo a memoria; tutti lo fecero, io che ero per ultimo, mi prese il batticuore e non aprii bocca. Delusi tutti, ma non delusi me stesso semplicemente perché non gradii quel modo di fare lezione, (era anche come tornare indietro nelle mie ferite). Le vere sfide della vita le accetto in altro modo e quando la sfida è un valore, non conosco 'limiti' nell'affrontarla. Se però a scuola ero chiuso e decisamente introverso, l'estroversione più totale esplodeva all'esterno dell'ambiente scolastico. Le domeniche (un po' più avanti negli anni) erano sempre luogo di festa; primo perché non c'era la scuola, poi perché a pranzo c'era il pollo arrosto, le patatine fritte e si era fatto tutti il bagno, il che voleva dire acqua calda e mastello (grande recipiente in legno dove le nostre madri facevano il bucato), imborattati poi di talco dalla testa ai piedi a sembrar per questo tutti dei fantasmi; a me poi, vestito di tutto punto alla marinara che in origine era del fratello più grande, passato poi al fratello mezzano e alla fine il residuato bellico al sottoscritto, il più piccolo; così era d'altra parte per tutti gli altri vestiti, inevitabilmente come quello della Prima Comunione (oggi capisco la pignoleria quasi maniacale nel vestirmi, non ci dev'essere un mm in più né un mm in meno, lo sa per questo bene Gianni, il mio sarto). E così la domenica era segnata da questo rituale: bagno-talco; la S.Messa (quando ne avevo voglia); pollo e patatine fritte. Così il mercoledì: risotto e cotechino, il venerdì minestrone di pasta e fagioli, sardine fritte e insalata verde; gli altri giorni patate lesse-patate al forno, patate in umido. Chissà mai perché oggi amo ancora le patate, i minestroni e le sardine fritte. Crescevo forte, sano, L'autore ritratto nel proprio quartiere nel 1953 all'età di 8 anni pieno di salute e di energia e l'impegno e la creatività pareva (fuori dalla scuola naturalmente) non avesse limiti. Se erano anni duri, erano gli anni però che la speranza era un valore; si poteva sognare in un mondo migliore e per questo c'era molta energia; a sottolinearlo era la musica che arrivava da oltreoceano con lo scatenatissimo BIN HALLEJ nel dare fuoco con il ROCK AROUND THE CLOCK, del sensualissimo Elvis Presley. Il piccolo Little Richard, i dolcissimi Platters. Bastava che qualcuno avesse un giradischi e tutti in strada a ballare per vivere l'evento del Rock and Roll; poi venne il Twist e pure l'ula-op. Era anche il tempo della politica con lo scudo crociato, a sembrare che nel donare il voto, essere per questo tutti eletti e avere così il paradiso assicurato. La retorica scorreva a fiumi, ed era pure comica, come quando un parlamentare ad un comizio in piazzetta Pedrocchi, disse: "Porto i capelli bianchi"; uno tra la gente disse: "Daghe ea tinta", o Vittorio, l'intellettuale del quartiere, ma imbianchino di professione, tenendo un giorno un discorso nel cortile disse con tutta la voce che aveva in gola: "In Italia siamo otto milioni di comunisti, tra poco comanderemo il mondo". Tra me dissi: 'Lo prenderai nel culo e finirai piuttosto a pane e mortadella'; e così fu, perché fintanto che a comandare sta la logica del potere, da qualunque parte essa arrivi non ci sarà mai un equo sistema per il cittadino del mondo. Finchè l'uomo non imparerà a demandare ad un maggior sviluppo della coscienza, il potere resterà potere. Oh! Dio, che ho mai detto! Chiedo perdono per quel che ho scritto, ma in alcun modo desidero far politica o a dimostrar simpatia in 'te sto modo per qualche schieramento. Questa è semplicemente la mia idea, per scusarmi vi chiedo di leggere se vorrete 'Come ti racconto lo inconscio', 'Del delirio e delle pene', 'De il potere'.

Ma intanto per non distrarvi, per capire meglio il mio pensiero, vorrei riportare in strettissimo, qualche pagina del libro di Padre Hugo Lassalle "Vivere in una nuova coscienza"- Edizione Mediterranee - Roma 1988. "Per descrivere questa coscienza nuova, Padre Lassalle illustra gli studi della coscienza umana, in rapida sintesi; la prima forma della coscienza umana è quella arcaica che caratterizza la transizione dall'animale all'uomo: un evento lontanissimo, che oggi non riusciamo neppure ad immaginare, ma che creò un mondo nuovo. Alla coscienza arcaica seguì la coscienza magica: l'uomo viveva in comunione con la natura, ma era ancora privo del concetto dell'IO. Poi il magico originario, ben diverso dal concetto abbastanza negativo che oggi abbiamo del magico; conobbe una decadenza e l'uomo sperimentò la coscienza mitica, il cui tratto saliente è la conquista della reciprocità.: l'uomo riconosce il proprio Io e la propria anima. Padre Lassalle fa notare che per esempio la mitologia greca, tratteggia questo passaggio: tutta la storia di Troia e di Paride, la ricerca di Elena, rappresenta l'uomo alla ricerca dell'anima. Finisce il senso di comunione col tutto che aveva caratterizzato la coscienza arcaica e magica, e inizia quel dualismo estremo nel quale noi siamo tuttora in gran parte imprigionati. L'uomo delle fasi precedenti, dice ancora Padre Lassalle, cioè l'uomo arcaico e l'uomo magico, partecipava già della dimensione religiosa, che tuttavia rimaneva tutta dentro di noi. L'uomo della coscienza mitica fu in grado di proiettare tale dimensione verso l'esterno; riuscì a percepire tale dimensione verso l'esterno, riuscì a percepire la divinità come qualcosa di separato da lui. All'inizio, sembra, non ci fu una molteplicità di dèi, ma un unico Dio. Solo più tardi vennero le molte divinità. Seguì poi la coscienza mentale, razionale, che in Occidente ebbe inizio con Platone. Questa coscienza ha fatto di noi quello che siamo e ci ha portati alla crisi nella quale ci stiamo dibattendo. Adesso, dice Padre Lassalle, ci aspetta un ulteriore salto evolutivo: dobbiamo superare il pensiero razionale esclusivo che ci costringe a una logica tridimensionale e, rendendoci conto che stiamo vivendo in un'epoca di transizione: cercare di far nostra la QUARTA DIMENSIONE, che è mistica, atemporale e caratterizzata dalla consapevolezza della trascendenza e del divino = una coscienza globale, una coscienza cosmica (permettetemi attraverso le parole di Padre Hugo Lassalle di dare a voi tutti il benvenuto, a questo particolare momento de lo accelerarsi de lo sviluppo de la coscienza, che chiunque nel sottile può vedere, perché credo sia palese e ancor più evidente, il tempo ha la sua storia, che la chiama l'Era dell'Acquario, chi l'Età dell'Oro, ma non preoccupatevi, se non vi sentite per questo ancora pronti, vi spetterò magari un po' più avanti, seduto a darvi una felice accoglienza sulla riva di un fiume).

Ogni anno di scuola, a bilanciar la chiusura vi era lo impegno e la creatività che esplodeva in tutta la sua energia, in particolar modo nel periodo de le vacanze. Mario Cecchinato Avevo sei anni, quindi alla prima elementare; una sera, si era ai primi di giugno, con la bicicletta di colore rosso, un po' piccola per la verità, andai in centro in piazzetta Cavour perché il Bar Racca (che si trova ad una trentina di metri dal Caffè Pedrocchi) teneva musica all'aperto. Allora non c'erano le isole pedonali e le vie del centro si potevano percorrere in doppio senso dal basso verso l'alto e pure dall'alto verso il basso (correvano pure gli autobus con i fili elettrici). Andai così con la mia bicicletta ad ascoltar la musica e a vedere seduti quelli belli de la mia città che arrivavano anche loro per ascoltar la musica, ma pure a farsi notare con la Porsche, a girare con macchine di grossa cilindrata fin sotto il piazzale. Questo li distingueva a livello sociale, perché arrivare in macchina e sedersi dava il segno di essere dei privilegiati; quelli in piedi decisamente meno. Io rimasi rannicchiato in un angoletto a guardare tutto lo scenario. Arrivò poi un signore, avrà avuto una trentina d'anni; era bello, alto, elegante, nobile; indossava ancora gli stivali da cavallerizzo; scese da una fiammante Alfa Romeo Giulietta Spider di colore blu. Persino i musicisti del complesso si distrassero quando si sedette. Arrivò di corsa il cameriere in giacca bianca e la farfallina nera con fare estremamente servile e, giù di lì poi, un pullulare di belle ragazze; mi sembrò che il prìncipe azzurro era figlio di un importante industriale della mia città. Ma al di là di tutti questi preamboli, c'era l'orchestra e c'era la musica; scattò in me così la molla, la molla dell'ingegno e della creatività. Di lì a qualche giorno, avevo il mio complesso musicale fatto con il mio traforo e i contenitori invernizzi che la signora Elvira mi faceva gentilmente dono in quanto il figlio era rappresentante di quell'azienda. Nacque così il più strampalato complesso musicale del mio quartiere; una batteria, due chitarre, un sax (giocattolo) e un pianoforte sordo (che acquisterò finalmente vero all'età di trent'anni in radica, verticale solo per problemi di spazio). Quando la Ditta Pianoforti Bettin di Via Dante (oggi grande amico di tutti e quattro i fratelli) me lo fece depositare, mi misi a suonare Beethoven senza sapere una nota musicale. I tavolini e le sedie sempre con il traforo e le scatole in legno della Invernizzi; per le bibite avevo risolto facilmente il problema nel farmi regalare una ventina di bottigliette vuote in vetro di succhi di frutta dalla proprietaria del bar che stava un po' più in là da casa mia (la signora Bionda). I succhi di frutta erano venuti in commercio in quel momento ed io per essere alla moda non potevo essere da meno, si chiamavano Yoga della ditta Massalombarda. Riempii le bottigliette vuote dopo averle ben lavate con acqua dalla fontana che si trovava fuori casa, (perché in casa non vi era ancora) colorandola con i ciuccetti zuccherini, così con la combinazione di tutti i colori disponevo di un servizio bar fornitissimo, potevo far concorrenza pure al bar Racca, il bar centrale che mi aveva ispirato. C'era un via vai di bambini; gli affari andavano a gonfie vele, mi sentivo un Dio perché oltre a divertirmi tenevo ben impegnati i ragazzini scatenati del mio quartiere. A sette anni, quindi alla seconda elementare, arrivò nel mio quartiere un teatrino viaggiante; bellissimo, coloratissimo, siciliano; a vedere quella rappresentazione ispirò la mia voglia di recitare, non mi persi d'animo. All'indomani, ancora dalla signora Elvira, andai a chiedere le cassette in legno della Invernizzi, ma questa volta le mie richieste erano troppe, la signora Elvira mi voleva bene e disse: "Vediamo come posso farti contento". Mi fece dono così, oltre ai contenitori in legno, quelle molto più grandi ma di cartone. Con i scatoloni di cartone feci il teatro, con le scatole in legno feci i burattini; mia madre collaborò in tutta regola; fece così per il teatro, che nel frattempo avevo colorato di mille colori, delle magnifiche tende rosse, ricavate da un vecchio copriletto in damasco, tenuto accuratamente, in una cassapanca (che tutt'oggi uso); con le scatole di compensato feci i burattini e mia madre pazientemente vestì con creatività straordinaria. Per quanto riguardava i testi, pura e libera fantasia che mi veniva di volta in volta nel fare la rappresentazione e che per la verità le trame di allora, oggi sono diventate lezioni di utilizzo in terapia, quali ad esempio 'La Balena' (rappresenta la madre); 'Il Drago' (la sfida e il coraggio); il 'Cavaliere Orlando' e molte altre ancora. Oh!, avevo molto pubblico, e pure un certo imbarazzo perché ad ascoltarmi venivano pure i grandi, ma per fortuna tutto scorreva come un fluido e il mio impegno era vero e intenso come sanno fare tutti i bambini del mondo. Quando le rappresentazioni giungevano alla fine chiedevano pure il bis e gli applausi a volte avevano tempi lunghi. All'età di otto anni (terza elementare), un giorno si fermò, dietro la leva del passaggio del treno che si trovava ad una cinquantina di metri da casa mia, una grossa macchina che i miei occhi mai avevano visto prima; era grande, colossale, di colore crema e marrone, davanti un radiatore imponente tutto cromato. Dopo qualche minuto erano sopraggiunte una cinquantina di persone ed uno disse ad alta voce: "E' una Rolls Royce". A quei tempi, la sbarra del passaggio a livello aveva tempi lunghissimi prima di alzarsi e così potei ammirare quast'opera in tutti i modi possibili. Si e no a quei tempi, nella mia via (Via Bezzecca), le macchine che passavano nell'intera giornata potevano essere non più di una trentina (provate a vedere oggi). Le scatole di compensato e neppure gli scatoloni in cartone questa volta, davano la sufficienza per quello che avevo in mente; fu così che divenni sostenitore della mia Ombra più per arte che per passione. Nei campi vuoti di fronte al mio quartiere c'era un pullulare di nuove costruzioni, ed io con il calar del sole, anzi con l'avvistar le stelle, zitto zitto, piano piano a rubar le assi di legno di quei poveri muratori. Che fatica portarle a casa e a sporcarmi di cemento e malta, a lavarmi così nella fontanella con l'acqua ghiacciata per nascondere a mia madre la mia brava marachella. Per progettare questa macchina, lavorai tutti i pomeriggi fino a notte tarda, ma ebbi con grande soddisfazione l'appoggio di mio padre che si divertiva a impiantar li chiodi ancor più di me; ebbi l'aiuto pure di mio fratello Luigino, il mezzano, il tecnico di famiglia (perché sapeva fare di tutto) e di una decina di ragazzini del quartiere che con gioia ed entusiasmo seguivano le mie idee. Chi allora portò un volante; il figlio del tappezziere per le imbottiture; un imbianchino mi regalò del colore verde, così a fine progetto la Rolls Royce divenne verde, con le ruote e i sedili in pelle di colore bianco. L'unico neo, pesava più di un quintale e a spingerla era un'impresa faraonica, ma di gambe per fortuna, ce n'erano in abbondanza perché alla partenza, per avere l'ambito onore a spingerla si faceva pure a gara. Con il sopraggiungere de lo inverno, mio padre, una sera, con il volto serio mi disse: "Vuoi stare al freddo o stare al caldo!". Feci così una piccola cerimonia e diedi addio tra le lacrime così alla mia grande opera; una Rolls Royce di colore verde in legno di due metri e mezzo del peso di un quintale. A nove anni alla quarta elementare, divenni per soddisfare le esigenze di un capo (Mauro, lui ne aveva sedici), un produttore di armi, con il solito sistema delle scatole di legno della Invernizzi e della amicizia del falegname del quartiere (Sior Fiorotto), che si divertiva ad ascoltarmi e a regalarmi perciò tutte le vecchie tavole che avevo bisogno. E così con i tubi della vecchia stufa costruii quattro cannoni perfettamente funzionanti. Le leve erano le camera d'arie di bicicletta(naturalmente quelle vecchie); i proiettili, le scatole usate della simmenthal riempite di acqua o di sabbia; così vennero con lo stesso sistema i fucili, le pistole, gli archi, le frecce e alla fine una catapulta a leva assai pericolosa perché il proiettile volava a 30-40 metri ed era un contenitore di colori riempito d'acqua o sabbia da 5 Kg. Qualche pomeriggio, mia madre, per farmi riposare, mi diceva: "Oggi ti porto in campagna"; in realtà, il viaggio consisteva nell'attraversare il casello ferroviario verso la Montà, con una distanza che non superava il km, sino ad arrivare ad una casa diroccata; lei si sedeva su un masso a ricamare ed io inseguivo le farfalle e catturavo le cavallette verdi, dove poi nell'averle ben studiate le lasciavo in libertà. Ogni tanto alzavo gli occhi a guardare mia madre. Come era bella ! Aveva gli occhi celesti chiari pieni di luce; era nobile, distinta, parlava un po' in italiano e un po' romano; aveva pure l'erre moscia e questo le dava pure un'aria di mistero e una marcia in più. Sapeva ricamare, cucire, rammendare, ma devo anche riconoscere che era molto infantile (mio nonno se la tenne stretta in casa fino all'età di trent'anni; per poi scappar di casa andò a Roma per sposare mio padre) e traballante nelle cose della vita. Le donne che ho avuto erano così caratterizzate, un po' snob e un po' acrobate nei passi della vita, ma indubbiamente molto belle, dolci e femminili e debbo pure riconoscere di averne avute molte (spero che questo articolo non lo legga mia moglie). Mario Cecchinato A dieci anni alla quinta elementare ero già un ometto, con gli occhi grandi e il fisichino che si faceva notare perché sembrava quello di un ballerino di flamenco e gli ormoni che già si agitavano e a darmi pure qualche tormento, e che tormento!. Perché un giorno mio fratello più grande Antonio mi regalò una magnifica e grande rosa fatta tutta di perle. Sciagurato me, che cavolo feci mai; se una signorinetta voleva in dono una perla (il che significava disfare la rosa), doveva sottoporsi ad una mia accurata visita medica; e così fu, perché della rosa non rimase neppure il gambo. Fantastico!, neanche per sogno, perché una di loro parlò (Sonia) e così ebbi la gravosa visita di tutti i genitori del quartiere; mia madre che piangeva; mio padre che diceva: 'Dopo facciamo i conti'; i miei due fratelli: 'Hai capito il piccolo'. Venne a saperlo pure la signora Maestra che stranamente mi fece un sorriso alla Monna Lisa. "Chi è senza peccato lanci la prima pietra"; ma per me era stato un gioco e nella mia memoria così è rimasto. Ritornando al sistema di difesa, esso con l'andar degli anni perde un po' del suo potere; i problemi psicologici vissuti rimangono però profondi e radicati e possono dar luogo da grandi a reazioni strane e improvvise; ci vuole per questo molta volontà e coscienza, ma qualcosina nel profondo vi rimarrà comunque a segnare la storia di ogni vita. Posso però aggiungere che una sana psicoterapia può far miracoli, ma ci vuole l'analista giusto, capace di accogliere il ferito tra le braccia amorevolmente, anche nei momenti quando l'Ombra sembra avere il potere di distruggere tutto. Fino a qualche tempo fa, per fare un esempio, e questo avveniva a me, nello scrivere, se uno mi stava davanti e mi guardava con tono severo, la mano si irrigidiva e a rileggermi poi non ero in grado di farlo neppure io; a giocar lo strano scherzo di sicuro la memoria inconscia di quando la signora Maestra nel passare tra i banchi, aizzava nell'aria la bacchetta in bambù e che qualche volta capitava che scendesse giù nelle mani distese sul banchetto, a contar per questo quante stelle vi erano in cielo. Ho riflettuto molto prima di portare alla luce queste mie confessioni, ma nel modo più sincero desidero siano viste con la logica dell'analisi piuttosto che con acidosa critica o un ringhioso disprezzo. Il comportamento della signora Maestra deve essere riportato agli anni '50, gli anni del dopoguerra. Non condivido il metodo nel modo più assoluto, questo vorrei che fosse chiaro, l'atteggiamento della mia maestra, ma i fatti sono avvenuti così come li ho raccontati. Non desidero per questo dare però della mia maestra l'immagine del mostro, perché alla fine non lo era, ma piuttosto schiava della cultura di quel tempo e degli stupidi pregiudizi. Per quanto mi riguarda ho accettato tutto; paura, dolore, sofferenza, ma ancor più nell'altro che l'infanzia mi ha donato. 'L'innocenza del bambino è il pericolo dell'adulto'; la vulnerabilità condivisa aiuta l'uomo ad essere vero; voglio così bene alla mia signora maestra, a tutti i miei compagni e a tutti coloro che ho incontrato per essere stati con me attori nella tormentata ma ancor più fantastica teatralità della formazione della mia infanzia.


OGNI BENE



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N.B.= Gli articoli sono pubblicati con frequenza settimanale


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