Ad una delle mie conferenze tenuta a Reggio Emilia nel 1996 alla presenza di più di 400 persone, dopo tre ore di intenso ascolto, alla fine dissi:"Mi sembra giusto che ora siate voi a parlare, dite pure quel che volete sapere".
Una ragazza sui 25 anni si alzò dalla sua poltrona e con tono molto deciso, ma gentile, mi chiese: "Che cos'è per lei il Perdono ?". Non mi colse impreparato perché è qualcosa che avevo già a lungo meditato e analizzato in più occasioni e in più circostanze. Il tema del perdono è qualcosa da prendere in mano con estrema delicatezza; investe psicologicamente e spiritualmente alla fine molto di più chi ha subìto che il feritore stesso, che al perdono magari per molti casi, gliene può fregar di meno. Gli individui più consapevoli accettano il bene e il male come forze naturali e cercano di fonderli in un tutto.

Ma diciamo la verità, quanti di noi hanno questa forza, questa maturità !
Personalmente parto a volte anche da la idea che il perdono esprima anche una forma di potere. "IO TI PERDONO", ma cosa vuole veramente dire ? Nel momento che ti perdono, vuol già dire che ti ho già condannato.
Credo che la cosa più onesta sia di dare una misura a questo tormentato termine, anche perché quello che per una persona può essere un valore, per l'altra è semplicemente una volgare colpa. Dal punto di vista de la individuazione, ciò che ci interessa non sono tanto le azioni colpevoli, quanto ciò che c'è dietro. Chi dobbiamo perdonare o da cosa o da chi ci dobbiamo noi fare perdonare ? Vorrei ricordare qui un episodio che mi ha torturato per anni.
1953, sono alla terza elementare; il mio banchetto è al quarto posto sulla sinistra dell'aula di 25 allievi misti.
Di fronte a me c'è Armando, il ciccione della classe; figura ombrosa che costantemente con la sua mole mi toglieva la visuale; quante volte avrei voluto demolirlo o farlo sparire con un colpo di magia; tra l'altro era il protetto della Signora Maestra; il viziato odioso, il secchione rompipalle che vorresti farne a meno. E' stato il primo ad avere la televisione, a parlare di Mike Bongiorno e di Lascia o Raddoppia; sempre con i suoi pantaloni di velluto blu, rigorosamente oltre il ginocchio; il primo con la penna stilografica Pelikan nera e verde, bella, desiderabile; lui il possessore vanitoso, io dietro di lui, che tra le fessure de le braccia e il torace troncoso mi lasciava intravedere il gioiello che tutta la classe avrebbe voluto avere. Sta idea mi balenava da giorni; a 'sto stronzo quella penna, quel meraviglioso gioiello, non stava al suo giusto posto. Mi piegai sulla mia sinistra, mi sbilanciai quasi a cadere, allungai un braccio e con rapida mossa gliela estrai da la cartella. Giustizia fu fatta; quel gioiello era finalmente nelle mie mani. Mi sentii fiero e pure orgoglioso. Il bello però non durò che pochi minuti, perché come se il sesto senso l'avesse avvertito, si girò di scatto verso la sua cartella per estrarre il suo prezioso trofeo; non trovandolo sbirciò ansimando come un bovino ai giorni contati. "Signora Maestra, signora Maestra, qualcuno mi ha rubato la mia stylo"gridò lui. "Guarda bene", con un sorriso dolce e protettivo, gli disse la Signora Maestra. "Sei sicuro di non averla dimenticata a casa ?".
Che ti fa, il coccolone; si scatena singhiozzando a più non posso battendo pure i pugni sul banchetto.
La Signora Maestra ebbe una reazione di grande tensione. "Non preoccuparti, coccolo mio, adesso controlleremo tutte le cartelle ad una ad una !". In quel momento avrei voluto disintegrarmi, sparire dalla faccia della terra; mi si accelerarono i battiti, mi sentivo stordito, il mio pensiero mi portava a vedermi con un cartellone appeso al collo: 'Questo è il ladro della scuola'. Per mia fortuna la signora maestra, cominciò a fare il controllo da la parte opposta, ma la paura, il disagio era al di sopra della mia portata; mi sentivo mancare. Abbassando lo sguardo vidi sul binario del banchetto, un tarlo; quel buco fu la mia salvezza, perché, non so come, riuscii a infilarci la stylo e a salvarmi così la faccia. Quella penna non me la gustai mai; era il corpo del reato de la mia perduta innocenza. Restituirla voleva dire farsi riconoscere, per cui la nascosi per un periodo e in un giorno di grande tensione me ne liberai gettandola nella canaletta dietro casa mia. Per tutti gli anni della scuola lo ignorai, perché rappresentava l'espressione de la mia ombra e finite le elementari non lo vidi per molto tempo, se non che una trentina di anni dopo; si era laureato in medicina.
Ebbi il coraggio di rivelargli il mio segreto; si mise a ridere e mi disse: "Se ti devo confessare, a me quella penna non interessava poi molto, ma avevo capito che eri stato tu". Lo vidi bello, longilineo, solare e luminoso; in quel momento mi sentii assolto dal mio tormento infantile, la mia ombra aveva di colpo subìto una bella lezione di vita. Prendemmo poi in quella occasione, tra una risata e l'altra, accordi per scambiarci i pazienti.
Ci sono cose che si possono perdonare, altre che invece andrebbero studiate, valutate, analizzate.
Personalmente non ho mai perdonato, semplicemente perché non ho mai condannato.
Se un ladro entrasse in casa e mi rubasse quel che gli va di rubare, riuscendovi, che cosa dovrei perdonargli ?
Ma se lo stesso ladro nel compiere la sua azione facesse del male alla mia famiglia, per prima cosa mi batterei con tutte le mie forze per proteggere i miei, e se fallissi, non mi porrei su un piano di perdono ma di giustizia.
Non mi sto contraddicendo in quel che dico, la cosa è molto sottile. Una decina di anni fa venne in terapia un ragazzo sui 35 anni. Nella sua storia vi era la vicenda della droga, o meglio era dedito al consumo di eroina. Una sera, più tonto che mai, sparato ad alta velocità investì un bambino di otto anni e gli tolse la vita. Condannato per questo, ma perdonato dai genitori del bambino, spinti a questo gesto dal parroco del paese.
Quando venne da me era uscito da qualche tempo di prigione, mi raccontò il fatto:" Cosa vuole che le dica", mi disse con aria scocciata, "in fin dei conti era solo un ragazzino !". Il perdono a volte lo si fa come gesto terapeutico, altrimenti la rabbia, l'odio e il rancore, dominerebbero più che la ferita stessa, ma questo non porta però giustizia, né elevazione de la coscienza, né per chi ha omesso, né tantomeno per chi ha subìto. LA REDENZIONE c'è. Il redento dovrà imparare a valutare non nel valore de la condanna e neppur per il buio de la galera, ma nella luce de la coscienza; quel che è fatto è fatto; il fatto non lo potrai cambiare, ma la coscienza sì. Per chi ha subìto, al generico perdono sostituiamo con l'accettazione e la condanna con l'obiettività. Se poi sostituiamo l'obiettività con la consapevolezza, avremmo così raggiunto la risoluzione che in ognuno alberga l'ombra e che le avversità fanno parte della vita, si soffrirà di meno e si potrà parlare ancora se lo vuoi anche di perdono, perché sarà da quel momento il distacco e le leggi della vita a governare le cose.