Vi è un tempo che lo stupore si rivela nella quotidianità tra la purezza e l'ingenuità, e questa è la
meraviglia che vive il bambino che noi adulti chiamiamo felicità.
Poi man mano che il bambino cresce, questa alchimia si dirada sempre di più, e la conta di conseguenza,
farsi sempre più ardua. Una cosa che va qui rivelata in tanti anni di analisi, ho scoperto che la gente ha
paura della felicità pur cercandola con affanno, ma anche come di qualcosa che non può essere chiesta
troppo e trattenuta per molto.
Nell'antichità per ottenere questo privilegio si scendeva all'estremo, con vari riti sacrificali, ma che fin
troppo evidente per questa memoria arcaica, ancora oggi il pedaggio pur avendone perso l'aspetto più
crudele, almeno nelle popolazioni più evolute, è paradossalmente attivo anche nella nostra cultura.
La felicità come la fede, non è un dono, ma una conquista, e non è neppure un atto di coraggio; semmai
un modo di essere.
E' anche vero che ci sono dei momenti in cui, come ci sentiamo depressi apparentemente senza motivo,
così allo stesso modo ci sentiamo felici; in realtà il quid è dentro di noi, dove inconsciamente abbiamo
immagazzinato materiale che ci porta poi a questa risposta.
In una società che da remota memoria regola il principio del piacere con il meccanismo : Punizione e
Premio = se non ascolti sei cattivo o se obbedisci sei bravo, andrà così a confondere la felicità con il
piacere.
Paradossalmente i paesi più poveri sembrano essere più felici di quelli ricchi.
Il sorriso, la vitalità che traspare da ogni parte così generosamente, probabilmente non avendo nulla da
perdere rispetto ai secondi, hanno ancora in sé per questo il dono più alto: la vita.
La parabola del Maestro Gesù: "Beati gli ultimi perché saranno i primi", in parte vuol dire forse questo?
IL PIACERE NON E' LA FELICITA'.
Lo sbaglio della nostra educazione è che ci insegna che il piacere, il bene, il gradevole, il socialmente
accettabile sono cose valide; mentre il dolore, la sofferenza, la bizzarria, la scontrosità, l'indole ribelle,
sono tutte cose condannabili come male.
C'è da meravigliarsi che non siamo allenati ad affrontare l'aspetto difficile della vita? Osservo
affannosamente i giovani di oggi; essendo figlio della guerra ne ho per questo conosciuto l'aspetto
devastante e la memoria di quel giorno di festa dove la tavola non apparecchiata, sentir dire da mia
madre: "Non c'è nulla da mangiare" Non c'è nulla da mangiare ed era il giorno di Natale.
Non so come, ma, ad un certo momento, forse per stringere lo stomaco ci siamo messi a cantare, e
cantare attorno ad un tavolo proprio il giorno di Natale forse unisce ancor di più l'archetipo della famiglia
che del semplice banchetto.
Ma l'ombra che abbiamo lasciato in eredità ai giovani d'oggi, con tutti gli aspetti più discutibili, non ha
memoria di quella grande forza che c'era in noi: la speranza, la forza di lottare, perché per lo meno
sembrava tutto possibile. Non dobbiamo confondere la felicità come appagamento che appartiene al
piacere; la felicità è un battito d'ali e tale dev'essere.
Non molto tempo fa incontrai, non lontano da casa mia, madre e figlio miei assistiti che da tempo non
vedevo. Il marito era morto da poco e la povera donna aveva sulle sue spalle la non semplice impresa
di assolvere l'impegno di seguire il figlio, essendo cerebroleso colpito dalla nascita da quell'insensa-
tezza di allora per aiutare il parto, l'uso della forcipe.
All'invito di mamma Giusy, per una serata con loro, magari per un caffè, Maurizio, per accattivare la
risposta affermativa, esplodeva con un sorriso che non aveva eguali; espresso con un corpo che non
aveva la parola, un corpo che non aveva udito, un corpo che non aveva movimento, ma il sorriso sì; e
quel sorriso aveva aperto alla luce il mio cuore che andava al di là della semplice emozione, in un
qualcosa di sublime.
Scoprendo che la felicità non la puoi comperare ma semplicemente cogliere. Lì in quell'istante in tutta la
sua forza, purezza e splendore.
MADRE TERESA di Calcutta, Santa per chiunque, perché non ha bisogno di essere fatta santa,
semplicemente perché lo è, forse era quest'attimo che sapeva cogliere e lì trovare quella forza,
quell'alimento, quella verità che io chiamo felicità.