DE LA SESSUALITA'

De lo gioco di Dio nella carne


Sembra una frase risalente al Medioevo, ma a ricordarmela ai giorni nostri è una mia giovane e piacevolissima allieva proveniente dal Trentino, studentessa all'Università di Trento alla facoltà di sociologia. Dio mi guardi nel voler essere con questo riduttivo o offensivo; conosco fin troppo i miei amici trentini che amo e rispetto e che da anni trascorro le mie limitatissime vacanze in quei inconsumabili e adorabili luoghi e vallate; ma questa frase c'è, e serpeggia a cavallo nel tempo e nello spazio da chissà quale arcaica memoria, spero per questo ancora per pochi, a tagliar con la spada di Damocle non sia il piacere del gioco di Dio nella carne, ma piuttosto per quel gustosissimo e gradevolissimo Speck da consumarsi dopo una bella passeggiata, con un po' di pane e un buon bicchier di vino. E chissà cosa mai non salterebbe fori a girovagar nelle culture di ogni regione, come per esempio dalle mie parti quando i grandi si rivolgono ai bambini con aria greve nei loro giochi de la scoperta de la vita del vero e nel mistero: "Non fare mica quelle brutte cose sai !". La naturale e necessaria curiosità del bambino viene così offuscata da arcaiche culture pregiudiziali e da ombrosi e innaturali divieti che possono dare nel seguito de lor sviluppo psichico e relazionale, comportamenti ottusi e condizionanti. Per contrasto il bambino cresce in una società dove per cultura, i comportamenti cosiddetti 'adulti' vengono accettati come positivi, come quello di sfruttare il prossimo o dell'indigestione delle morti in diretta televisiva, delle guerre sante e necessarie. E questi naturalmente sono solo alcuni esempi, per non parlar dell'altro, che mi sembra persino ovvio e pur superfluo. E' evidente che mentre la società colpisce palesemente una sana sessualità, i problemi importanti e gravosi della vita non vengono toccati, o meglio nel modo che dovrebbe esserlo. Spero che il Ministro Maristella Gelmini nel dar corso al nuovo decreto per l'educazione sessuale ai giovani non vada ad intaccare quello che per ognuno è arte-scoperta e libertà, ma sia piuttosto cultura decondizionante dell'ombroso, e non sia nemmeno cultura meccanicistica del gioco di Dio nella carne. Il male sta piuttosto altrove; il peccato semmai è la possibile violenza che scaturisce dai disturbi del comportamento frutto più dagli innaturali condizionamenti che dalla alchimia della naturale sessualità che ognuno si porta dentro. A tal proposito il senso del peccato e del senso di colpa vige come un chiodo fisso stampato nel DNA e nell'inconscio collettivo. E' certo che per libertà non intendo sottrarre la responsabilità che ognuno deve avere nel codice del rispetto della vita. La vita è sacra ed è il dono più alto che Dio ha dato all'uomo: 'La possibilità di creare se stesso'; ma non per questo sia fatta nella cultura della paura il frutto dell'ignoranza e dell'ignobile sottomissione. 'ANDATE E MOLTIPLICATEVI', credo che Dio modificherebbe ai nostri giorni piuttosto con: 'ANDATE E SIATE RESPONSABILI NEL CREAR LA VITA''. A otto anni fui mandato dai miei (1953) a passar le vacanze in una piccola colonia nella località di Auronzo in provincia di Belluno. La piccola colonia era gestita da suore e una volta la settimana veniva un prete a far la confessione. Eravamo in tutto una decina di ragazzini; si doveva entrare in una stanza completamente spoglia; l'unico arredo era una sedia per il prete, un crocefisso alla parete e un cuscino per terra per inginocchiarsi sopra. Il confessore aveva sempre uno sguardo grave, e poi, agli occhi di noi bambini sembrava colossale o più precisamente lo era, visto che la sua altezza doveva essere verso il metro e novanta; con l'abito talare nero che sembrava non finisse mai; il volto glabro e severo, entrare in quella stanza con le persiane quasi completamente abbassate, diventava per noi ragazzini una prova di autentico coraggio. "Figliolo, confessa i tuoi peccati", roba da caccarsi sotto. Si fa presto a dire, oggi la cosa mi fa ridere, ma provate un po' ad immaginare la scena; genoflesso, anzi infossato a terra, la voce che proveniva dall'alto e che rimbombava nella stanza vuota, al semibuio, il peccato doveva venir fuori per forza e di dovere. Percepivo che dovevo confessar qualcosa per essere nel giusto, solo che sotto lo sguardo gravoso del sacerdote non sapevo che cavolo inventare. E così dissi, quello che nel mio quartiere era detto dai grandi a noi bambini, con tono grave e punitivo: "Padre, mi perdoni, ho fatto brutte cose. "Lo psicodramma raggiunse l'apice: "Dio mio, cosa hai mai fatto ? Su coraggio, raccontami l'accaduto !". Come, quando, dove e perché nasce il senso di colpa ? (Questo vorrei separarlo dal presente articolo e farne uno a parte che potrete leggere, se vorrete la prossima settimana). Spesso e volentieri nelle domeniche d'inverno amo prendere il treno per essere in meno di mezz'ora a Venezia e andarmene così a passeggiar tra le calle dove in questa stagione i percorsi sono meno affollati, assaporandone in 'te sto modo, passo dopo passo, l'inconsumabile fascino e la inesauribile bellezza di questa città. Una domenica, ai primi di dicembre, pur essendo tardo pomeriggio, vi era una luce magica; l'aria era fresca ma asciutta; passeggiavo lasciandomi trasportare dai miei pensieri e senza volere mi diressi verso l'ospedale S. Giovanni e Paolo; salii su per uno degli innumerevoli pontesei a guardar prima di discendere una bella coppietta di giovani innamorati che si sbacciucchiavano con infinita tenerezza, ma nel fuoco dell'ardore e nella più alchemica passione, proseguendo, mi trovai così nella incantevole piazzetta 'Campo S.Maria Nova'. Alla mia sinistra vi era una libreria-bancarella e ad esserne il proprietario è il Signor Luigi Prizzo che sta lì da circa dieci anni; prima stava alla Salizada dei Greci; dispone solo libri di ogni genere inerenti la vita e la storia di Venezia. Mi fermai naturalmente a curiosare e presi tra le mani un volumetto de le Edizioni Oscar Mondadori: 'Baffo Poesie'; lo aprii a pagina 199 e lessi divertendomi quanto segue:

I Teologi dise che de là
ghè 'l LIMBO, 'l PURGATORIO, e ghe xe ancora
'l INFERNO , e 'l PARADISO, che innamora;
e mi digo: Sti lioghi i xe de qua.
Al limbo ghe xe quelli che no fa
né ben, né mal, né studia, né lavora;
in Purgatorio quei che ga la siora
zelosa, che per tutto drio ghe va.
All'Inferno ghè tutti i ziogadori,
e quei che innamorai xe in una dona,
che ghe fa sospirar i so favori,
Che ga indosso una peste buzzarona,
pieni de piaghe, e pieni de dolori,
e in Paradiso quelli che va in mona.

Pagai il volumetto al Signor Luigi (8.26 euro), che nel vedermi così impapuffato mi disse: "Se el permete, ghe fasso dono de un bellissimo volumetto ", 'Ondina e Pesce Gatto' Ediz. Filadelfia (14.50 euro), viaggio erotico-artistico Venezia - Parigi, Parigi-Venezia; "el vedarà che ghe piasarà tanto". "Grazie di cuore, lei è veramente una persona gentile". "Sa, questa la xe l'area de Casanova e le turiste de tutto il mondo le vien fin qua a saludarme, specialmente le inglesi e le francesi". Stringendogli la mano lo salutai dicendogli scherzosamente: "El vaga pian". "El staga pur tranquillo Dottor, a noi venexiani ne piase ancora ea mona, xe per questo che stemo ben in salute". Più in là proseguendo sulla mia destra vi era un'osteria, (Osteria Al Ponte), entrai perché era affollata da veneziani belli con il loro dialetto musicale e de lor stravagante originalità; uno in particolare, vestito a tutto punto alla Casanova; magro, longilineo, con il viso pallido e le movenze nobili; dissi tra me: 'Il Signor Luigi me l'ha detta giusta'. Sorseggiai un bicchiere di vino lasciandone come per mia abitudine mezzo sul bancone. Me ne uscii con una emozione in più per discendere le scale e vedere alla mia sinistra l'Ospedale dei SS. Giovanni e Paolo; entrai a buttar l'occhio ad ammirar il grande atrio, ricco di storia e di magnificenza, e a pensar, chissà perché a quell'anno che correva allora del 1370 quando la peste partì proprio da Venezia, scatenandosi poi in tutta Europa, dando più morte lei (la peste) che tutte le guerre di quel tempo messe assieme. Uscii di spalle con un blocchetto e una stylo in mano a guardare ancora tutto ciò che potevo vedere. La signora Mirka, addetta alla reception, mettendo fuori la testa mi disse: "Non sarà miga del Gaxetin vero !" ."No signora, sono solo un padovano gran curioso de le cose belle"; con un sospiro di sollievo rispose:"Meno mal, parchè un cuo (proprio oggi), me xo desmentegà de attaccar l'etichetta col me nome sul camice. Questo prima de essere un ospedal el gera un convento del 1600 e mi non so dirghe altro". "Grazie signora, lei è un angelo". Uscendo e girandomi su me stesso, into ai miei occhi la maestosa Basilica dei SS.Giovanni e Paolo, naturalmente entrai per rimanervi attonito per tanta era la bellezza che come sempre in ogni chiesa che si rispetti trasuda per storia e per impresa dell'intrigante ombra che trasuda nel mettervi i piedi.

'L'arte ripaga per quanto l'uomo fa nella sua bassezza e nella sua ignoranza, per immortalar nei muri ciò che il cuore de lo artista spinge nello sublime de lo spirito coscienza'.

Nella cappella del SS. Sacrato si stava celebrando Messa; entrai nel preciso momento che l'officiante bellissimo nella sua investitura di color viola e la magnifica e fluente barba nera, iniziasse il Padre Nostro; l'unica preghiera che Gesù ha depositato al mondo, la dissi con profondità e pienezza, per girarmi poi all'indietro dove lì accanto vi è la Sacrestia. Fra' Pietro, un bell'omone, saldo nella sua figura, mi disse:" Scusi, ma sto per chiudere". Feci appena in tempo a farmi consegnare un opuscolino della storia della Basilica, comunque fra' Pietro, gentilissimo, stringendomi la mano aggiunse: "Noi apparteniamo all'Ordine dei Domenicani, fondato da S. Domenico per dar parola a noi e non solo per come avveniva prima che era solo consentita ai Vescovi". "So che siete molto dotti, Padre e per la verità in cuor mio aspetto che si faccia Santo 'Giordano Bruno". Guardandomi un po' sorpreso: "Buonasera figliolo", " buonasera Padre e tante cose belle". Uscii così nel silenzio di come ero entrato. Mi riavviai con passo deciso verso la stazione e nel giungere a quel ponteseo, donde per di là ero già passato, altro non potei che fermarmi perché la giovane coppietta era ancora lì a sbacciucchiar de la inesaurita passione e a far loro compagnia c'era un suonatore di chitarra, ungherese,'Maestro d'arte', tanto era la sua bravura che fermarmi ad ascoltarlo era nel minimo piacer-dovere perché il treno poteva anche financo aspettare; gli strinsi la mano, acquistai due suoi cd, per potermeli rivivere nel silenzio del mio studio. A rompere l'incantesimo arrivò un'anziana bigottona, che nel guardar la giovame coppietta si rivolse a me con grave intolleranza; "El varda là, sior, sti onti, , coxa che li fa, non ghe xe più reixon a sto mondo". "Cara la mia siora, fin che ghe xe l'amor, non ghe xe la guerra". E via di corsa verso la stazione. Alle ventuno ero a casa per la cena. Paola (specchio di Loredana Bertè, ma poetessa e pittrice per se stessa), nell'accendere le candele disse rivolgendosi a mia moglie: "Carmen, guarda com'è gioioso tuo marito". Assieme a tutti gli altri amici ci sedemmo così per la cena, e nella distesa e serena serata raccontai de la virtude e canoscenza che avevo vissuto nell'essere andato nel tardo pomeriggio a riempirmi il cuore e pur lo spirito nella artistica ed inesauribile Venezia. Erano così trascorse cinque ore dalla partenza all'arrivo; quando il cuore si apre, il mondo è generoso e ogni minuto può essere vissuto de la sua storia e de la sua pienezza.


OGNI BENE



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