Mio nonno paterno spentosi all'età di 92 anni, senza un filo di grasso e ancora con i capelli a spazzola, mi diceva sempre, persino ad un mese dalla sua scomparsa: "Quel che xe perso el xe perso"; perché per rallegrar lo spirito guardava ancora le belle gambe, ma ancor più mi ripeteva fin da quando ero ragazzino: "Se te stachi el puteo da ea mammea el cresarà come 'na sardea" (se stacchi il bambino dalla mammella crescerà come una sardina). Questi detti popolari hanno grande energia e saggezza e diciamo pure la verità, perderli è come perdere dei valori che hanno sostenuto le ataviche debolezze dell'uomo da lontanissima memoria. Alla domenica d'estate amo andarmene spesso e volentieri con la mia eroica bicicletta, per le campagne all'estrema periferia della mia città e oltre (specialmente oggi con le numerose piste ciclabili a disposizione, giù per sentieri e fantastiche meravigliose vedute), per quei paesini che sembrano ancora conservare quel sapore di semplicità e così dopo aver pedalato per una trentina di chilometri, fermarmi per il ristoro in qualche rara osteria per un calice di vino, un pezzo di formaggio o due fette di salame (perdonatemi per la balla perché in realtà sono pure astemio); quando sono fortunato trovo lo sciroppo di cedrata che amo prendere con molta acqua, ghiaccio e fetta di limone, il bicchiere di vino lo ordino, sorseggio un dito e poi giù con la mia bevanda preferita; mi dà l'idea che il calice di vino sia di dovere e lo lascio poi sul tavolo per coreografia (o per dirla più semplicemente alla Blaise Pascal, per far del vino una piacevole cultura), e ascoltar parlare così i vecchi del paese e assaporare così il gusto delle cose semplici, ma anche ad ascoltare come in ogni paese ch'io vada, di come cambia il dialetto e il diverso modo di esprimere i concetti, la loro psicologia.
Una domenica in cui il caldo sembrava voler bruciare anche l'asfalto (1994) arrivai in una di queste (osterie) più al di là che di qua. Per ristorarmi andai a sedermi sotto il pergolato di una di queste mitiche osterie e cercare un po' di refrigerio che per la verità non v'era neppure lì. Me ne stavo lì, tra me e me a meditare e a lasciar scorrere in libertà i pensieri, quando una persona un po' al di sotto della quarantina disse: "El me scusa, posso sedermi vicino a lei ?". Anche se un po' stralunato gli risposi: "Prego prego, el se comoda pure". Girovagava con lo sguardo un po' smarrito, ma intuivo che aveva un bel rospo in corpo che non gli andava giù, e così fu, perché lo sfogo o la confessione durò tra un ringhiare sordo e lo stridìo dei denti e pure qualche lacrima, più di due ore. Sposato, due figli, abitava in quei casoni che sembrano non avere mai fine; fin dalla nascita, di proprietà dei nonni per un nucleo familiare di 25 unità; fratelli, sorelle, nuore, figli, nipoti, genitori e nonni. A comandare era ancora il nonno paterno abbondantemente sopra gli ottant'anni (ma ancora molto saldo e sicuro di sé); autorità del paese, ma ancor più del sodalizio, tanto che se lui doveva acquistare la macchina, cilindrata e colore era il nonno a decidere. Mi sembrava una storia dell'ottocento, ma la realtà era quella.
Il vecchio aveva il potere su tutte le cose e a prendere qualsiasi decisione di diritto e senza tanto andare per le lunghe la regola era quella, prendere o lasciare.
Avevano da una vita l'allestimento dei fuochi artificiali in tutti i paesi limitrofi e fra sagre, matrimoni, ricorrenze, il piatto di minestra era assicurato per tutti. Ma il giovane che stava seduto accanto a me , voleva giustamente spazio, era stanco di vedere il padre e i fratelli dipendere solo dalla volontà del vecchio e a far sentire per questo tutti frustrati e mammalucchi.
Dopo due ore di silenzioso ascolto gli risposi: "Cosa posso dirle" (sono ormai da tempo abituato ad essere scelto per tenere confessioni; un po' come il prete anche senza talare, rimane sempre un prete e così pure in pantaloncini corti e maglietta a V dove arrivo arrivo; sembro averlo scritto in fronte, quel che faccio e quel che sono e questo mi accade in qualunque posto io mi trovi o dove io vada). "Mi dia, la prego, qualche consiglio, perché io non ce la faccio più". Mi invitò pure a cena (naturalmente e preventivamente dal caso ad una mia risposta affermativa con il permesso del nonno). A quel punto sentii il bisogno di dire chi sono e cosa faccio come professione; scusandomi nel declinare l'invito, ma mi sentivo stanco; trenta chilometri per rientrare a casa, una doccia fresca, era ormai quello che per la verità frullava nella mia testa. Mi scusai, lasciandogli un mio biglietto da visita; ripresi la mia bicicletta e mi avviai per il mio faticoso rientro.
Arrivai a casa verso le venti; mia moglie era incazzata nera perché dovevamo andare a cena ai colli (abitudine dei padovani, nelle calde serate estive alla ricerca di refrigerio salire ai colli e tutt'oggi oasi e luoghi di naturale e incantevole bellezza).
Alle 21 comunque ero già rigenerato, pronto a salire in macchina del mio amico Alberto e signora, gaiardo e goliardo, era rimasto sempre quello, sempre uguale. Tutta la serata come tema di discussione era stato l'argomento della mia esperienza pomeridiana. Il mio amico, avvocato affermato e di grande esperienza mi sottolineò di quanto questo problema sia diffuso più di quanto si possa immaginare. Odi, rancori, violenze sono vive e ben presenti e le soluzioni assai complesse, tormentose e difficili.
All'indomani, la mattina presto, la prima telefonata era stata quella di Ernesto. "Mi faccia venire in studio da lei, la notte non ho chiuso occhio; veda se può trovare una soluzione per me, sono pronto a tutto". "Venga" gli dico "vediamo cosa posso fare".
Sostanzialmente disse le stesse cose del pomeriggio del giorno prima. Gli chiesi se poteva venire in studio con il nucleo principale della famiglia, cosa che però non avvenne perché per altri componenti della famiglia, erano tutti diciamo, così felicemente rassegnati; l'unico per giusta causa e ambizione era Ernesto e così mi feci allora questa volta invitare a cena. Vediamo, mi dissi, se presi nel loro ambiente posso capire qualcosa di più e trovare magari una possibile soluzione.
Il giovedì della stessa settimana alle venti ero a cena in questa allargata e poderosa, sofferente famiglia arcaica. Fui invitato come ospite d'onore a sedermi di fronte al nonno.
Riconobbi subito l'autorità di quest'uomo ancora vispo, solido come una roccia e per quel che comunemente si dice 'tutto d'un pezzo'. Dissi subito tra me e me: 'E chi muove questo qui !'. Sia ben chiaro che in quest'uomo vidi una figura onesta, forse più schiavo della sua cultura che de le esigenze del mondo. La serata trascorse piuttosto piacevolmente tra una pietanza e l'altra e ad ascoltare il vecchio di come da braccianti agricoli, la svolta come impresa artigianale di fuochi artificiali. A rompere l'incantesimo ci pensò Ernesto che vedendomi quasi rilassato gli venne da pensare che il vecchio avesse plagiato anche me. Diede con tutta la rabbia che aveva in corpo un pugno sulla tavola, ma non riuscì ad aprir bocca ed il vecchio per nulla intimidito, con voce calma e sicura (di chi è abituato a gestire il comando) disse: "Cossa gheto caro, va fora a prendere aria fresca, che forse xe meio". La serata cominciò così ad esprimere dietro l'apparente serenità iniziale, quella che era veramente l'aria che in quella casa si respirava. Il vecchio con il dito puntato su di me disse: "Vedeo Signor, 'sti giovani no i gà le bae, bisogna sempre dirghe tutto e pure i rompe". Bene, mi dissi, stiamo entrando nello psicodramma, vediamo un po' come va a finire. Avevo mangiato bene, c'era un caldo della madonna e forse avevo bevuto pure un bicchiere di troppo (dico sempre di essere astemio, ma quando il vino è buono qualche bicchiere può anche far bene); mi dispiaceva che andasse rovinata la serata, in fin dei conti, mi dissi, non è che non si vogliono bene, c'è solo questo arcaico disgustoso ordine gerarchico a rendere affannosa la convivenza. Avevo tutti gli occhi dei ragazzini puntati su di me, che per tutta la serata avevo scambiato con segnali di reciproca intesa. Eccolo il folle, quando parto con le mie bordate, con le mie intuizioni, vado dove vado, tanto so che da qualche parte vado sempre a parare. Dietro alle mie spalle c'era un magnifico Hi-Fi, mi alzai senza fare tanti complimenti e dissi a voce alta: "Ma com'è bello, si può sentire un po' di musica ?". I ragazzini senza aspettare il consenso del nonno si diressero verso di me, accesero l'apparecchio inserendo un Cd, ne uscì una scatenatissima lambada. Dal mio inconscio da tempo ho imparato come a volte, più che star lì a chiacchierare di psicologia come piuttosto rompere gli schemi e a risvegliare il bambino interiore del sottoscritto per primo e in quella occasione, di tutti i presenti. Eccomi così a improvvisarmi con movenze alla Rocki Robert, scatenando l'allegria dei ragazzini, ma allucinando tutti i presenti compreso il vecchio, che indubbiamente stava pensando che fossi andato via di testa. Cominciai pure con un 'pè pè pè pè, pè pè pè pè' e tutti i ragazzini dietro a treno con me. Le femmine presenti come vuole la consuetudine sono sempre le prime ad accettare l'allegria e a lasciarsi andare di conseguenza dietro al trenino pure loro; ma non finì lì, se i maschi avevano un sorriso nascosto, il vecchio era letteralmente attonito e che ti combino, lo prendo per una mano e lo tiro su letteralmente di forza dalla sedia dove era inchiodato e gli faccio fare con me delle acrobatiche piroette; i ragazzini si misero ad applaudire, le femmine a commuoversi e gli uomini finalmente a sorridere. Entrò pure Ernesto a vedere cosa stava succedendo. Capivo di avere in mano la situazione; ho imparato che spesso e volentieri la magnifica follia vince sulla ragione (leggi se vuoi: DE LA MAGNIFICA FOLLIA). Sono i blocchi, le paure, le stupide convinzioni a impedire il rientro dell'OMBRA. In quella circostanza l'Ombra aveva piegato la sua padronanza e il bisogno di libertà di rompere le catene, aveva innalzato a tutti l'Io migliore e grazie a Dio questo fu. Ero così sudato che la camicia si era letteralmente incollata sul torace come una seconda pelle e fu in quel momento che il vecchio mi disse: "Volo un bicchiere de acqua fresca"; presi la palla al balzo, ci ritirammo solo io e lui in un'altra stanza più tranquilla e ventilata. Parlammo a ruota libera, senza guardare l'orologio, con orgoglio gli strappai finalmente un appuntamento in studio. Ci volle il suo tempo; si trovarono le giuste soluzioni. Lui rimase, tra virgolette il capo, ma ognuno trovò il proprio posto, in particolare Ernesto, il modo per potersi finalmente esprimere. Crebbe pure l'Azienda di pari passo con la serenità di tutta quella poderosa e arcaica famiglia. Bè, girare per le campagne in bicicletta fa proprio bene alla salute e pure allo spirito.