CRONACA DI UN FATTO

Che tu ci creda o no ho parato il culo alla morte e te lo voglio raccontare,
(per la serie non si può mai star tranquilli, cui sorge pure un dubbio,
che sia pur io un risorto?).





Di quel posto e di quel luogo è
ancora assai vivo in me il ricordo

Steppa, fango e acqua che veniva giù
a catinelle, chiuso in macchina a 100
all'ora con il caro amico Umberto
Bortolami, per delle strade sconosciute
in quel di Pescara per esigenze di lavoro
nell'anno di grazia che correva allora
nel 1978.
Per rispetto di memoria e del fatto che
poteva financo risultare assai grave,
credo sia giusto ch'io lo vada per
questo a raccontare

Il diluvio era da considerarsi universale;
ai primi di marzo sotto l'ora di
mezzanotte tra il buio ch'era totale e
forse per entrambi, per aver alzato il gomito
un po' di troppo, l'amico Umberto che
era alla guida, in prossimità di un cartello
non visto, sterzava paurosamente a dx,
per finire per più di trenta metri giù
dalla scarpata, facendo roteare per ben
tre volte di fianco la vettura, finendo così
al suolo sottosopra schiacciata, come si
fa in demolizione

Umberto si era stretto al volante, io invece
mi pressai tra l'appoggiatesta e i piedi
con pressione a terra

Di quel che fu incredibile, in quella frazione
di secondi mentre la macchina roteava su
se stessa, ebbi la visione completa di tutta
la mia vita, come si fa con la moviola,
con la pellicola dal principio alla fine.
Dissi mentre guardavo le immagini:
'Lascio a 33 anni una moglie, un figlio e
mia madre, che cosa orrenda; non può
essere così, come se la caveranno ?'

All'ingiù tutti e due storditi; il primo a
scuotersi fui io, guardai Umberto, lo
vedevo senza vita; mi chiesi pure se ero
morto oppure vivo.
Cercai intanto di riprendermi, chiamai Umberto
ma non dava in alcun modo segni di risveglio

Intanto eravamo a testa in giù, la macchina
schiacciata al limite, dovevo far qualcosa;
cercai di concentrarmi, di riprendere fiato.
Cominciai a sbattere con il braccio destro
per tentare di aprire la portiera, non so
con quanta forza lo feci ma alla fine si aprì,
serpeggiando in un modo o nell'altro riuscii
ad uscire, la pioggia continuava a scendere
sempre come un diluvio e per terra era
tutto fango, per cui nel tentativo una volta
uscito, ricadevo a terra ma alla fine in
qualche modo stavo in piedi; strano a dirsi
non avevo nessuna ferita, ma il sangue
scendeva dal naso e da dietro la testa
all'altezza del cervelletto

Il problema stava nel raggiungere Umberto;
le forze mi mancavano ed il fango era impietoso.
Non so come ma raggiunsi la parte di Umberto
che era opposta a me, riuscii dopo vari
tentativi, mi tenni stretto sulla maniglia;
il problema era di riuscire ad aprire la portiera,
risolsi appoggiandomi con la spalla dx e
spingendo tenendo stretta la maniglia,
con un piede sulla vettura; dopo vari tentativi
criccando con un rumore ferriginoso alla
fine si aprì. 'Umberto Umberto', intanto
scivolavo con i piedi; per non cadere a terra
mi appoggiai sulla portiera e al volo sui
capelli lunghi di Umberto; solo a quel punto
mollò la presa dal volante e cominciò a ridere
a più non posso.
'Stronzo' gli risposi.
'Tu stai a fare il morto ed io qui a far lo scemo';
riuscii a tirar fuori le gambe dalla vettura,
aiutato da me e così scivolammo entrambi a terra

Il problema era poi di risalire la scarpata,
ma come si dice, con un po' di buona volontà
riuscimmo pure a fare quello; ci guardammo
in giro, non c'era anima viva, eravamo solo noi
due impantanati fino al collo che quasi ci
facemmo paura nel guardarci l'uno con l'altro.
Questa volta sarà stato per ironizzare sulla
sorte o per scaricare la tensione, ridemmo a
crepapelle perché, suvvia, la pelle, in culo
alla sorte, per miracolo o chissà per quale
legge, stavamo là a testimoniare che la
falce l'abbiam pure presa in giro

Dalle mie parti dicono: 'Se non è giunta
la tua ora!', questo è vero ma a me per quanto
ho vissuto mi da perfin l'idea di essere
un miracolato e financo un risorto




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