DE LA FEDE

Chi la chiama Dono, chi non sa neppur che sia, ma sarà bene che tu sappia cosa voglia dire se alla fine

vorrai tentare di capire.




A parlar di fede, che significa credere senza vedere e senza dubitare, mi è oggi un po' difficile per la verità parlarne e buttar giù qualche riga, per la delicatezza e la complessità che contiene, con il rischio di dire poco o nulla, troppo o niente o di riscaldar gli animi di chi ha la pretesa di averla in dono e guai di porsi in parallelo. Eppure sento il bisogno di aprirmi, di raccontarmi senza peli sulla lingua, che alla fine è un po' il mio modo di narrarmi nei fatti e nelle cose che appartengono alla vita, come a dire, così stanno e così sono perché quantanto io ho vissuto senza per questo far male a nessuno, senza per questo portare il guanto della sfida o di caricosa arrogante pretesa, ma vieppiù raccontare una semplice esperienza, 'la mia', come un'altra, una storia di vita, per chi come me ha la voglia di aprirsi, la volontà di farlo, il coraggio semplicemente di raccontarsi. Sostanzialmente posso anche dire che la fede in senso stretto o almeno così come la si intende, di non averla mai avuta, la mia piuttosto è stata (lo è) un bisogno di chiarezza più che un bisogno di certezza; il bisogno di capire il senso della vita, che cosa sia l'uomo, il caso o la complessità, il Tutto o il Nulla, l'idea della totalità, la volontà suprema di Colui che Vede, di Colui che tutto pervade, in breve una cosina da poco, 'DIO'.

Da piccolo se andavo in chiesa lo era per far contenta mia madre, ma anche perché a quei tempi ci si vestiva a nuovo; l'andare a Messa faceva parte di quel gioco, la domenica era giorno di festa. A volte mi capitava che per accompagnare un amico o per rivedere l'amichetta, di andarci due volte nella stessa mattina e questo certamente non per fede, ma un modo come un altro per svolazzare in allegria perché il giorno prima si era fatto il bagno in tinozza e il vestitino poi alla sera lo avresti tolto per rimetterlo alla domenica successiva. Era bello vedere tutti i miei amichetti; lucidi, puliti, incipriati di borotalco dalla testa ai piedi, tutti con aria composta, quasi seria; il vestito della festa dava un certo impegno e guai a sporcarsi; va ricordato che a quei tempi molti di noi non avevano il bagno e certamente neppure la lavatrice e quel che era peggio, l'acqua la si raccoglieva con pentole e pentolini dall'unica fonte, la fontana lontana da casa. Noi, ovvero, la mia famiglia, si poteva considerare fortunata perché la fontanella era innanzi casa (leggi se vuoi: De lo sistema di difesa). Poi arrivò così la Prima Comunione, il catechismo, che noia! La mia insegnante di catechesi era ossuta, con la voce stridula e uno sguardo sinistro; a sentire parlare di Dio era come una condanna perché star lì ad ascoltarla mi metteva ansia, colpevoli di respirare l'aria a volte trattenevo pure il respiro e la mia unica riflessione era se Dio è l'Essere Perfettissimo, Creatore di tutte le cose del mondo, visibili ed invisibili, come poteva aver creato una cornacchia così brutta e ringhiosa; anche il bello, il curioso, cadeva inevitabilmente nell'obbrobrio; la campanella era la salvezza per respirare di nuovo in libertà l'aria del mondo.

Con la Prima Comunione andò un po' meglio anche se sottopormi alla confessione era sempre fonte di turbamento. Ricordo il Padre confessore che diceva sempre: "Eh sì, eh sì" e sinceramente alla fine, grazie al mio amico d'infanzia Bruno, che era un mattacchione più di me, dopo la confessione e dieci Pater Noster, dieci Atto di Dolore e dieci Ave Maria, scoppiava a ridere, forse per la tensione accumulata ed io di seguito a lui. Ci fu poi un giorno che Padre Franco con aria molto grave disse: "Io ho le prove di Satana, ho in studio centinaia di fogli scritti dalla mano del Diavolo". Bè, forse quel pomeriggio, quello si era stampato incisivamente nella mia testolina; poi il giorno della Comunione tutto vestito di bianco, scarpe bianche, guanti bianchi, la corona bianca del Rosario da una parte e un candelotto di cera che pesava come una trave dall'altra. Finito il grande impegno, mi liberai per svolazzare libero dagli impegni della scuola e al tempo libero che non mi bastava mai perché il bisogno di creare era come un bisogno dello stesso respiro (leggi se vuoi: De lo sistema di difesa). Tutto tranquillo fino all'età di quattordici anni quando, entrando alla libreria Draghi, in uno scaffale del settore religioso vi era un'unica copia, di color verde con scritte in oro, il Corano delle Edizioni Hoepli; mi piacque e soprattutto mi incuriosì.

Non riuscivo a raccappezzarmi quando leggendovi le sure, vi era indicato che chi era bravo senza peccato, alla morte sarebbe andato in un luogo, per aver tutte le più belle fanciulle che poteva desiderare. La cosa mi turbò molto; mi era stato insegnato che Eva era stata sottomessa alla volontà del Demonio, perciò peccatrice (da bambino pensavo fosse questa la ragione per cui i preti non si potevano sposare, per non cadere in tentazione) mentre in quel libro verde la donna era assunta addirittura come premio e mi chiedevo ancora, sempre più perplesso, se alla morte il corpo ritorna polvere e l'anima va in cielo; ma anche l'anima può fare all'amore senza il corpo e non è neppur peccato, anzi è pure un premio, il quesito mi appariva intorcigliato e di difficile spiegazione.

Una sera di settembre, avevo allora 17 anni (1962), stavo con i miei compagni, rintanato un po' nel giubbottino perché la buona stagione dava già i segni del suo andare, arrivò Remo e, in particolar modo, rivolgendosi a me con un settimanale arrotolato che aveva in mano, disse: "Guarda un po' qua 'sta roba, a pagina 14 si parla di metempsicosi (reincarnazione) tu che sai tutto, beccati 'sta cazzata". A quell'età avevo divorato tutti i libri di Sigmund Freud che riuscivo a pescar fuori dalle Edizioni Garzanti al prezzo di 200 Lire (10 centesimi dell'attuale Euro) e la cosa era molto strana per i miei compagni, che allora mi dicevano: 'Ma che cavolo leggi !'. Presi quel settimanale, fu come un'illuminazione, perché dopo un po' risposi con l'aria di chi non ha dubbi: "E' così". Anche se prima di allora non ne avevo mai sentito parlare e non avevo mai letto nulla in proposito: "E' così, è così, non può essere che questa la volontà della Legge del Creatore".

L'argomento mi prese in modo così intenso che per un certo periodo, mi allontanai dai miei compagni e mi racchiusi un po' in me stesso; avevo bisogno di riflettere, di meditare e la meditazione a volte andava così a lungo che la notte si faceva giorno tanto era l'impegno. In una parete della mia stanza avevo messo una specie di bacheca, vi affissi dei disegni di come dal mio pensiero, sentivo che così doveva essere la Reincarnazione; in quei momenti Dio mi sembrava la cosa più ovvia e così pure la Reincarnazione; mi chiedevo che senso può aver la vita se non è gioco, sperimentazione, consapevolezza, e una sola vita non può essere sufficiente per sperimentare le leggi di Dio. Poi la vita, gli impegni, gli ormoni, mi condussero altrove. A vent'anni partii per il militare, era il 1965; per arrivare per il C.A.R. ad Albenga, successivamente a Opicina, poi il corso di aiutante di Sanità ad Udine (quando mancavano i medici a tener lezione, spesso ero io che spinto dai miei compagni salivo in cattedra e trattavo di Freud, Jung non lo avevo ancora scoperto) e della reincarnazione; non c'era neppure una mosca che volava nell'aria a disturbare, tanto era l'interesse che suscitavano i miei argomenti e spesso erano pure i signori medici che saputa la cosa, si mettevano in silenzio ad ascoltarmi. Dopo il corso finalmente a Gorizia (82° Reggimento Fanteria Divisione Folgore), ero l'unico aiutante di Sanità di tutta la caserma, avevo l'infermeria tutta per conto mio, vi era anche una specie di stanzino (per la verità un sottoscala); vi collocai una rete, un materasso; con le casse vuote delle munizioni mi feci i mobili ed una libreria. L'ufficiale Medico era il sottotenente Giorgio Grion, arrivava alle otto del mattino, alle 11 era tutto finito ed io avevo tutta l'infermeria a mia personale disposizione; la stufa ch'era in cotto e andava a legna; un pomeriggio con il martelletto che si batte sulle ginocchia feci una specie di arco e così la stufa divenne un meraviglioso caminetto (incominciai in quella occasione a fumare la pipa) Mario a Opicina avevo finalmente tempo e denaro, sì, perché barattavo farmaci con i 'nonni' in partenza e con il ricavato mi potevo comperare i libri che più mi stavano a cuore. L'impegno era tale che per non perdere tempo non andavo neppure al rancio, mi nutrivo di latte condensato in dotazione all'infermeria, così ingrassai di dieci chili, ma in compenso mi lessi la Bhagavad Gita e tutti i libri di Jung che riuscii a comperarmi (imparai pure a suonare la chitarra). Arrivò il giorno del congedo, mi trovai in tasca il patentino di aiutante di Sanità, la Patente D fatta all'interno della caserma e tutti i libri che il tempo mi aveva consentito di leggere. Al rientro a casa la vita mi prese con tutti i suoi programmi; a 24 anni presi il diploma di Ottico al G.Galilei di Milano e pure il matrimonio e la nascita di mio figlio Gianluca.

A 27 anni aprii la prima palestra di Body Building della mia città, lo Spartan Club; a 30 anni scoprii le discipline Logiche, fu un amore intenso, prolifero; studiai tutti gli esercizi dello Hata Yoga, il Pranayama (tecniche del respiro). E così si riaccese l'interesse per la reincarnazione, per la meditazione; tutte le mattine alle sette, in ginocchio a terra, in posizione del Fior di Loto a fare lasciar andare la mente per fermarla. Tre anni dopo con una esperienza straordinaria, l'esercizio della candela accesa (che consiste nel posizionarla a 70 cm dalla vista nell'arco di 15 minuti fermare la mente con l'immagine della fiammella) diede i suoi frutti; un mattino la mente si fermò, vissi quel che si chiama, 'il Samadhi' e nel finir di questo ebbi quell'altrettanta esperienza che viene chiamato 'viaggio fuori dal corpo' (che in realtà altro non è che una dilatazione della coscienza), guardai me stesso con l'occhio dello spirito e non con il limite del visus della mente, per entrare poi in quel che non è più tempo e spazio, in una nuova dimensione e vidi così, in un momento di illuminazione, quel che ero nel 1500, un Maestro Yogi, ossuto, vestito di stracci, il bastone in te la spalla dove sul terminale vi era allacciato un fagottino; i capelli lunghissimi attorcigliati su se stessi. Poi come da sera a mattina di nuovo, fui fagocitato dai miei gravosi impegni di dirigente di palestra (nel 1975 smisi di fare l'ottico anche se mi piaceva molto non potevo reggere a quindici ore di lavoro e mi occupai solo della palestra).

Nel Dicembre del 1987 fui ospite di Cesare De Bartolomei Avvocato di Roma, reincarnazionista, Sai Babista, cultore della filosofia Acquariana del Maestro Baba Bedy e profondo conoscitore del pensiero Junghiano, nella sua bellissima tenuta a Porto in provincia di Perugia. Nella notte che si fece buio, con la medianità di Cesare nacque la mia seconda reincarnazione, quella del 'Guerriero Mongolo' del 1600; non vi era nulla per dire il contrario. In quel periodo fu anche il cambio della mia residenza da l'area di Ponte Molino per andare nelle vicinanze della chiesa di S.Leopoldo; fu così che iniziai un intenso e profondo binomio, casa e chiesa. Per la prima volta cominciai a pregare cadendo tutte le domeniche in ginocchio, assieme a Mario, mio omonimo (Docente di Religione in un liceo di Padova) nel recitare il Padre Nostro; furono gli unici momenti intensi veri di grande profondità, prima di allora non ricordo di averlo fatto se non in modo meccanico, ripetitivo, perché la mia preghiera era più versata al riflettere e alla meditazione. In quei momenti sentivo la forza del Cristo salire nel corpo e nello Spirito; bè, se questa è la cosiddetta chiamata, così fu. Nel mese di settembre del 1989 mi trovavo a casa, in studio a scrivere; nell'alzare gli occhi ebbi quel che si dice una visione, mi apparve la figura di Gesù con una luce intensa quasi accecante; vidi staccarsi i capelli dalla testa e formarsi una Rosa (oggi so che è il simbolo del Cristo), ch'io raccolsi virtualmente alzando una mano. Allo stesso modo una settimana dopo vidi il Cristo lungo il percorso della Via Crucis; sulle spalle aveva una traversa di legno e nel mentre veniva frustato e umiliato, genoflesso, mi fece un sorriso sublime e ancora una settimana più tardi era lì disteso sulla croce che mi guardava con sofferenza ma anche con infinito Amore. Capii in quel momento che la mia vita non sarebbe stata più la stessa.

Nel novembre dello stesso anno feci un sogno che fu annunciatore, premonitore, il sogno alchemico che lo Spirito Coscienza si rivelò nel nuovo per portare il nuovo. Quel che era prima nel mio disegno di vita pensavo che fosse di aprire una catena di palestre, qualcosa che non avevo mai pensato, immaginato, cominciava a delinearsi come la notte porta il giorno e il giorno porta la notte (leggi se vuoi: 'Dimmi come sogni e ti dirò chi sei').

(Il mio inconscio si stava riorganizzando per una totale e rinnovata manifestazione del mio 'Io' da cultore del corpo a terapeuta dell'anima; un 'Io' più vicino e consono alla mia personalità più profonda, più autentica e più matura, più ricca di esperienza, fortificata, capace di avvicinarsi alla sofferenza, portarne il peso, il tentativo di dare un contributo a chi soffre e chiede aiuto, un cambiamento karmico, una resurrezione, una vita nuova, il vero 'Io' dell'attesa stava trovando il suo innesto nel tempo e nello spazio, per diventare il 'manifestato' dall'inconscio al conscio e esserne azione, consapevolezza; il traguardo alchemico, perché alla fine ognuno sia se stesso, quello che nel programma della propria vita si è chiamati a fare).

Mario e famiglia Verso la metà del mese di dicembre dello stesso anno mia moglie Carmen fece un sogno che le indicava di andare tutta la famiglia per le feste di Natale a Gerusalemme. Andai così all'OPA, Agenzia specializzata in questi viaggi che si trova all'interno del chiostro della Basilica del Santo; c'erano solamente due posti liberi; "No", dissi, "io ne voglio tre". Tre giorni dopo l'impiegato mi confermò che una persona aveva rinunciato, fu così che partimmo tutti e tre alla volta di Israele. Arrivammo a Gerusalemme ch'era quasi notte, ma l'indomani era lì ad attendermi in quella misteriosa terra di sangue e di passione, di storia e di intrighi, ma anche dove nell'aria e nel profumo, vi è tutta l'intensità che le appartiene, che ti entra nel sangue e nello Spirito e tutto il groviglio della storia alla fine è solo per far cadere l'uomo nella sua ombra e nelle sue pretese. Lo Spirito è Amore, libertà in ogni cosa e dove. Le diatribe appartengono agli uomini, la Verità alla luce e all'eternità dei Cieli. Quando entrai nella Chiesa del Santo Sepolcro, avevo un istante prima acquistato un piccolo crocefisso in legno e con questo toccai tutto quello che potevo toccare, pensando così in questo modo di caricare il simbolo, di storia e di energia, per averlo poi con me al rientro per segnarne la memoria. Furono giorni intensi di grande silenzio e di grande profondità. Il 6 gennaio del 1990 vi fu il rientro e il 7 ricominciai il lavoro, ma qualcosa scattò a mia sorpresa; le mie mani, al di là della mia volontà, scorrevano sui miei clienti (avevo nel luglio dell'89 ceduto le palestre, avevo intanto aperto in Via del Santo un centro di ginnastica passiva, il TONIG CENTER), senza sapere dei loro mali. Le mani correvano sapientemente, io stesso ero spettatore di ciò che stava avvenendo. Nell'aprile dello stesso anno cedetti i due centri di ginnastica passiva per aprire il 7 maggio 1990 il 'CENTRO MANI DISTESE'; più avanti, dopo aver conseguito il Dottorato in 'Scienze Parapsicologiche e Metapsichiche' e la Docenza in 'Psicologia del Benessere', divenne il 'CENTRO PSYCO ARMONIA'; il resto è storia. Cosa mai è la fede ! Per me non è stata cieca, ma ricerca, gioia, amore, sofferenza; non ho mai preteso di avere la verità in tasca, vivo quel che vivo, di quel che la vita mi ha portato e che mi porta a sperimentare, a conoscere, a scoprire, a capire; alla fine ognuno è se stesso, là dove sei, puoi aprire gli occhi e vedere quello che la coscienza è pronta a farti vedere; la puoi chiamare fede, preferisco chiamarlo AMORE, luce e conoscenza e guardare sempre avanti; quando sarò alla fine allora guarderò altrove.

Di recente, sono stato insignito dalla Moscow Academy University di una laurea ad honorem in Scienze e Metodologie Psicologiche.

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